Sguardi di donne

Dorothea Lange, Tina Modotti, Gerda Taro

Tre donne, tre grandi fotografe: un’americana, Dorothea Lange, un’europea, Gerda Taro, e ad unire idealmente le due sponde dell’Atlantico una figura internazionale come Tina Modotti.

Tre donne diverse per formazione, cultura, vissuto, ma simili per l’energia con cui hanno costruito la propria indipendenza e per la passione con cui hanno praticato la fotografia intesa come denuncia sociale ed arma contro le ingiustizie.

Il loro amore per la libertà le ha portate spesso a scelte difficili, che hanno inciso sulla loro vita privata, ma questo non le ha distolte dalla volontà di documentare e di far sapere al mondo determinate realtà.

E senza mai perdere quello speciale sguardo femminile che sceglie di mettere in evidenza l’aspetto umano, la vita concreta delle persone.

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Dorothea Lange nacque nel 1895  a Hoboken, nel New Jersey. A 7 anni fu colpita dalla poliomielite e rimase zoppa per tutta la vita. A dodici anni suo padre, un avvocato, abbandonò la famiglia. Sparì dalla loro vita, probabilmente per sottrarsi alla legge essendo entrato in un giro d’affari illeciti; così Dorothea e suo fratello piombarono da un tenore di vita agiato ad un’esistenza di povertà. La madre garantì comunque a Dorothea la possibilità di studiare, e lei frequentò la Columbia University studiando fotografia con celebri fotografi come Clarence White e Arnold Genthe.

Aveva 20 anni quando cominciò a girare il mondo per fotografare e si fermò a San Francisco quando non ebbe più i soldi per continuare la sua esplorazione. In questa città, nel quartiere di Nob Hill, ricostruito dopo il terribile terremoto del 1906, aprì uno studio e divenne famosa per i suoi ritratti di gente della buona società. Si sposò con un pittore apprezzato, Maynard Dixon ed ebbe due figli, Daniel nel 1925 e John nel 1928. Fu proprio mentre era in viaggio di nozze in Arizona che avvenne qualcosa il cui ricordo avrebbe cambiato il suo modo di fare fotografia. Ce lo racconta la scrittrice Elise Hooper nella biografia di Dorothea Lange, ”La verità di un istante”. I due sposi accompagnati da un amico attraversano una riserva indiana e l’attenzione di Dorothea si fissa su un’insegna SCUOLA INDIANA DI TUBA CITY.

Nonostante lo scarso entusiasmo dell’amico lei vuole visitarla.

Rimase dolorosamente colpita dal modo in cui venivano trattati quei ragazzi: regole e dura disciplina, punizioni, nessuna simpatia e soprattutto “niente attività indiane tradizionali, né lingua navajo, né abiti tribali” Uscendo dalla riserva, Dorothea racconta: “…mi girai ad osservare i bambini alla ricerca di qualche traccia di tristezza, curiosità, speranza o perfino rabbia sui loro visi, ma non traspariva nulla da quegli occhi scuri, ancestrali, immobili. Disposti su tre file. Rassegnati. La voglia di combattere sopita da tempo.”

Il ricordo di quel momento la fece riflettere su quei suoi ritratti: “Signorine eleganti con fili di perle…padri di famiglia vestiti di nero seduti accanto ai figli maschi… madri orgogliose che sfoggiano i loro pargoli pasciuti e immacolati. … Eventuali imperfezioni, le correggevo. Ognuno mostrava il lato migliore di sé”

Si avvicinò così a quella corrente di pensiero, nata nella prima metà del Novecento negli Stati Uniti, che propugnava la fotografia documentaria con attenzione alle questioni sociali. Cominciò a girare per le strade a fotografare i disoccupati e i senzatetto della California vittime della Grande depressione. Incaricata dall’organismo federale di monitoraggio della crisi (Rural Resettleman Administration) fotografò i disastri del Dust Bowl, quelle tempeste di sabbia che avevano desertificato 4 milioni di kmq negli stati centrali dell’Unione tra il 1930 e il 1940.

Un incarico che Dorothea svolse con grande coinvolgimento da parte sua. Lo testimonia un brano  della sua biografia dove si racconta la storia di una foto diventata un’immagine simbolo e un’icona dell’arte: “Migrant Mother”
Ed infatti la foto divenne di pubblico dominio e fu riprodotta innumerevoli volte sulle copertine di riviste e di libri. Steinbeck che tanto scrisse sulla Grande depressione la usò per il suo romanzo La battaglia.

La passione per la fotografia le procurò molti conflitti familiari, sia con il marito che con i figli. Nel 1935 divorziò da Dixon per sposare Paul Shuster Taylor, autore di studi sui migranti agricoli; Dorothea collaborò con il lavoro di Taylor fotografando le condizioni dei contadini che si spostavano dalle terre desertificate verso la costa.

Quando gli Stati uniti entrarono in guerra, su richiesta delle autorità, fotografò i campi di internamento riservati ai cittadini americani di origine giapponese. Fu un incarico che svolse a modo suo, sottolineando le ingiustizie subite da quei 120mila giapponesi, molti dei quali nati in America. Queste foto restarono censurate fino al 2006 perché non conformi alla narrazione ufficiale.

Ecco cosa vedevano gli occhi di Dorothea nel  campo di internamento di Manzanar:

“Gli internati facevano del loro meglio per trasformare quelle miserabili  scatole di legno in casa… Benché nelle baracche non regnasse lo stesso sudiciume di Tanforan (un campo di detenzione temporaneo), erano comunque fatiscenti, pericolose e traballanti, sferzate com’erano dai forti venti: Dalle crepe nei muri e sul pavimento entravano polvere e spifferi. … All’inizio tra vicini stressati dalla troppa prossimità scoppiarono frequenti scontri, ma poi molti internati, soprattutto uomini, si adeguarono a uno stato di indifferente rassegnazione.

Mi concentrai sui volti delle persone. La loro capacità di adattamento e il loro stoicismo mi spezzavano il cuore. Alla fine di ogni giornata, a furia di discutere con Beasley (il direttore del campo) e irritata dalla costante vigilanza dei censori che mi seguivano per tutto il perimetro, uscivo dal campo esaurita, ma soprattutto mi pesava la soverchiante sensazione di futilità che aleggiava intorno a noi. Per quante foto scattassi, il campo e i suoi abitanti restavano lì intrappolati, invisibili e dimenticati dal resto d’America.”

Fino alla sua morte nel 1965 – era malata di cancro – continuò a fotografare la gente spinta dal suo interesse per la vita delle persone.

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Tina Modotti. Personaggio interessante, fotografa appassionata e libera, sempre pronta a schierarsi dalla parte dei deboli e degli oppressi. Le sue foto sono dense di significato e riescono a parlare a tutti (che è ciò che voleva lei); della foto Piedi nei sandali così commenta Costantini, autore del Dossier “Modotti”: “E’ un esempio di come Modotti sappia utilizzare la sintesi, concentrandosi su un taglio che escluda i tratti personali ed esalti il dettaglio, non troppo particolare: la foto appartiene senza tempo a tutti gli spettatori che la vedono, assume carattere di critica sociale comprensibile a tutti.”

La grandezza di Tina Modotti sta proprio in questa sua capacità di comunicare messaggi universali sempre attuali.

La sua vita è un romanzo d’avventura, che non possiamo seguire per ragioni di tempo; quindi solo pochi dati biografici:

  • 1896 Assunta Adelaide Luigia detta Tina nasce a Udine.
  • Suo padre, Giuseppe Modotti, è un operaio di idee socialiste, la famiglia è povera, i figli sono tanti.
  • Nel 1905 il padre emigra in America, dove più tardi sarà raggiunto dalla figlia maggiore Mercedes.
  • Per aiutare la famiglia Tina deve lasciare la scuola con solo la terza elementare , inizia a lavorare nell’industria della seta. Intanto frequenta a Udine lo studio fotografico dello zio Pietro Modotti.
  • Nel 1913 Tina si imbarca a Genova per raggiungere a San Francisco il padre e la sorella. Trova subito lavoro come sarta e modista.
  • Nel 1917 si sposa con il pittore e poeta Roubaix de l’Abrie Richey, detto Robo. Recita con successo nei teatri della Little Italy. Stabilitasi A Los Angeles, conosce Edward Weston, fotografo, che sarà suo maestro e con cui avrà una relazione. Recita in tre film a Hollywood.
  • Nel 1922 Robo, che era andato a Città del Messico per una sua mostra, muore di vaiolo.
  • Nel 1923 e negli anni seguenti è con Weston a Città del Messico, comincia la sua carriera di fotografa con mostre e successi, frequenta artisti e intellettuali, diviene amica di Frida Kahlo, viaggia. A San Francisco è ospite di Dorothea Lange.
  • Dopo Weston, stringe una relazione con Xavier Guerrero, poi con Mella, attivista comunista cubano, che sarà ucciso mentre era al suo fianco.
  • Espulsa dal Messico accusata di complotto contro il presidente è incarcerata e poi espulsa. Comincerà la sua peregrinazione: Rotterdam, Berlino, Mosca, Parigi, Spagna, con incarichi politici. Al suo fianco Vittorio Vidali che è spesso in missione per il governo stalinista.
  • Riesce a tornare a Città del Messico, dove, nel 1942 muore in un taxi in circostanze non chiarite.

Questi i dati, che poco ci dicono di quello che era davvero.

Sarebbe un errore ritenerla una povera emigrante senza cultura. Nonostante la sua terza elementare, Tina Modotti raggiunge un elevato livello culturale grazie alla sua curiosità e alla frequentazione di ambienti all’avanguardia. Attrice, modella di fotografi famosi, fotografa apprezzata, conosce il tedesco, il francese e lo spagnolo, a Mosca traduce in russo, di lei abbiamo anche una enigmatica poesia, scritta in inglese che padroneggiava senza difficoltà e pubblicata su una rivista d’avanguardia. 

Una dimensione, la sua , internazionale.

Ma era anche molto melanconica e desiderosa di trovare un luogo che le appartenesse veramente, in cui sentirsi a casa e sicura. La sua patria d’elezione fu il Messico, di cui seppe documentare la bellezza, ma anche i contrasti e le miserie.

Così si legge nel romanzo di Pino Cacucci, Tina. Parla del suo lavoro dopo la separazione da Weston:

“La sua Graflex diventa un occhio spietato sulla miseria, sulla sofferenza, cattura la desolazione, ma esalta anche la rabbia, la protesta organizzata. […] La miseria è un crimine, e le fotografie di Tina lo urlano, lo affermano senza pietismo e falsa compassione.”

E sempre in una zona del Messico si rifugia dopo una delle tante tragiche perdite della sua vita, quella del suo amatissimo Antonio Mella.

Dal già citato “Modotti” di Riccardo Costantini:

“Nell’estate dello stesso anno, forse per riacquistare tranquillità lontana dalla capitale, viaggia nel Messico meridionale, nel territorio dell’istmo. Si immerge nella storica cultura matriarcale delle donne tehuane, che hanno ruoli sociali e amministrativi importanti nella loro comunità, dove godono di autonomia e libertà di relazione sentimentale: negli scatti di Modotti appaiono fiere, nobili e sfuggenti nella loro affermativa esistenza. […] La ricollocazione di Tina Modotti fatta oggi, finalmente, con uno sguardo completo sulla sua opera e riconoscendo la qualità e la specificità fotografica della sua arte è essa stessa un’istanza femminista.”

Quando , nel 1939, riesce a tornare in Messico, è una donna ferita, delusa in quegli ideali per cui aveva tanto combattuto, spazzati via dalla realpolitik stalinista. Alcuni sospettano di quel suo malore improvviso che l’ha colta quella sera del 1942, da sola, mentre rientrava a casa in taxi dopo un incontro con gli amici.

La veglia funebre fu partecipata e commossa. A lei dedicarono poesie Rafael Alberti e Pablo Neruda. Le parole di Neruda furono incise sulla sua tomba al Panteon de Los Dolores di Città del Messico.

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Gerda Taro fu la prima donna fotoreporter a documentare gli avvenimenti di un conflitto rimanendo, e morendo, in prima linea. Fu soprattutto libera ed indipendente in un’epoca in cui le convenzioni sociali negavano alle donne ruoli di primo piano. Tanto è vero che per lungo tempo la sua figura rimase oscurata dalla fama del suo compagno, Robert Capa.

Nasce nel 1910 a Stoccarda in Germania da una famiglia ebrea dell’alta borghesia. Qui e a Losanna compie i suoi primi studi. Nel 1929 la famiglia si trasferisce a Lipsia. Sono gli anni della Repubblica di Weimar, anni in cui la gioventù tedesca respira aria di libertà e Gerda (il suo nome vero è Gerta Pohorylle) cresce in questa atmosfera densa di dibattiti e  di idee. È una ragazza vivace ed emancipata, ama divertirsi con i suoi coetanei, le piace vestirsi bene, ballare, giocare a tennis. I suoi la mandano per un anno a Ginevra (forse per scongiurare una sua unione con un giovane di nome Pieter Bote, figlio di industriali) dove aggiunge alla sua conoscenza dell’inglese anche quella del francese. Tornata a Lipsia conosce Georg Kuritzkes, uno studente di medicina impegnato nell’opposizione al nazismo nascente e da lui viene influenzata politicamente. Come si legge nel romanzo di Maspero, L’ombra di una fotografa, “ Gerda è “di sinistra”: tutta l’educazione che ha ricevuto dai suoi genitori, sia la sua formazione laica, erede del secolo dei lumi, sia la tradizione del giudaismo messianico, la predispongono a credere in un futuro migliore, in una società più libera ed egualitaria, nella quale si potranno abolire le differenze”

Nel 1933 Hitler prende il potere.  Gerda, questa ragazza seducente, dotata di una grazia leggera e di cui il poeta Rafael Alberti diceva che aveva “il sorriso di una giovinezza immortale” finì in così detta ‘custodia protettiva’ per aver frequentato attivisti politici antinazisti. Dal libro di Maspero emerge il ritratto di una ragazza vivace, aperta verso gli altri, altruista, pronta al sorriso e al divertimento, ma capace anche di gesti audaci in difesa delle proprie idee.

Venne liberata grazie al passaporto polacco e alla fine dell’estate del 1933 è a Parigi con l’amica Ruth Cerf. Grazie alla sua conoscenza delle lingue trova degli impieghi, ma è una vita difficile e precaria per tutti gli esuli. Frequenta i caffè parigini dove la presenza di artisti, scrittori e dissidenti rende l’atmosfera densa di idee e dibattiti letterari e politici.

Che tipo di ragazza era Gerda veramente? Nel romanzo di Helena Janeczek , La ragazza con la Leica, l’amica Ruth, che vede quale fascinazione riesca ad esercitare Gerda su tutti, si chiede come mai lei stessa le perdoni ogni sgarbo:

“Era spiazzante Gerda. Non somigliava a nessuna delle ragazze che Ruth aveva conosciuto a Lipsia: né a quelle come lei, che quando si innamoravano smettevano di notare gli altri uomini, né alle ragazze il cui unico scopo era di far girare la testa all’universo maschile. Non c’era dubbio che Gerda fosse conscia di suscitare quell’effetto, ci sguazzava come un pesciolino ornamentale nell’acquario, ma in un modo insolito. Palese, senza malizia, quasi candido. Le piaceva essere attraente e corteggiata… ma non ne faceva tante storie[…]

La bambolina arrivata da Stoccarda non era solo più divertente di qualsiasi oca infiocchettata, come certe compagne di liceo interessate giusto alla moda e ai personaggi celebri […] Era qualcosa di diverso.”

Nel 1934 conosce un fotografo ungherese, André Friedmann, in fuga dalla dittatura di Horthy, reggente d’Ungheria dal 1920 al 1944. Da André impara a fotografare e cominciano a lavorare insieme. Lui ha già raggiunto una certa fama per aver fotografato Trotskij che parlava agli studenti universitari di Copenaghen, ma è uno dei tanti free lance che circolano nelle redazioni dei giornali parigine e trovare impieghi è difficile.

Fu proprio Gerda che ebbe l’idea: fingere, loro due, di essere gli assistenti del noto (ma inesistente) fotografo americano Robert Capa. Funzionò. Questo nome cominciò a comparire sui maggiori settimanali francesi.

Nel 1936 la rivista Vu  affidò loro l’incarico di documentare la guerra civile spagnola.

Divennero una coppia, una coppia affascinante come scrive Maspero: “André e Gerda sono giovani e belli, l’incarnazione stessa dell’indipendenza, amanti del rischio – incluso quello di mettere in gioco la propria vita, come in effetti dimostrarono – e sono seducenti per tutti coloro che li conoscono”.

Visitarono, insieme o separatamente, vari fronti di guerra fotografando soldati e civili che combattevano contro Franco per salvare la Repubblica.

Nelle foto di Gerda vi è un’attenzione particolare alla vita quotidiana di quella gente, soldati o civili, che stanno affrontando le terribili esperienze della guerra. Non ha paura di ritrarre le vittime dei combattimenti: la sua è una testimonianza della mancanza di umanità del nemico. Il suo coraggio non è solo nell’affrontare i pericoli del fronte, ma anche nel non chiudere gli occhi di fronte allo strazio degli esseri umani.

Viaggiavano tra la Spagna e Parigi; il primo maggio del 37 infatti sono a Parigi e Capa scatta una foto a Gerda che sorride felice. Qualche mese dopo Gerda è di nuovo al fronte, da sola, perché Capa si prepara a partire per la Cina. Forse anche Gerda andrà con lui, appena finito il suo reportage, ma il 25 luglio, un giorno prima di tornare a Parigi, durante una ritirata muore travolta da un carro armato sul fronte di Brunete.

La disperazione di Robert Capa fu devastante, non si riprenderà più.

Ci piace pensare che queste tre donne avrebbero cantato in coro assieme a Violeta Parra: Gracias a la vida

Ancora Venezia… e domani?

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Che cosa succede al nostro pianeta? In questo nostro incontro di letture, canzoni e musica parleremo ancora di Venezia e del suo destino, minacciato dal cambiamento climatico, ma non solo. La situazione di Venezia infatti si può considerare lo specchio del futuro di questo povero pianeta chiamato Terra.

Che Venezia sia nata dalla fuga degli abitanti della costa inseguiti dai barbari è un mito creato dalla Serenissima: come si legge sul sito https://www.archaeoreporter.comLa ricerca della “prima Venezia”, il “racconto delle origini” della Serenissima, è un esercizio a cui si sono cimentati gli storici fin dalle cronache più antiche. La fantasia, la continua ripetizione di fonti spesso non di prima mano, i miti fondativi creati dagli stessi veneziani anche in epoca piuttosto tarda ne hanno fatto una sorta di Sacro Graal, dove su una base instabile si sono costruite storie trite e ben poco affidabili, che però piacciono tanto – tuttora – alle istituzioni tutte le volte che queste vogliono raccontare la nascita di Venezia.”

In realtà la ricerca archeologica e il lavoro su basi scientifiche degli storici ci raccontano che in quella che noi chiamiamo laguna di Venezia  si erano formati insediamenti fin dai secoli più antichi. Insediamenti vincenti come Rivoalto che diventerà Venezia, e insediamenti perdenti, che per varie ragioni si sono disgregati nel corso della storia.

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Tempi bellicosi

Tempi bellicosi sono i nostri.

Guernica è contro la guerraEcco alcune considerazioni tratte da “Guerra e pace” di Tolstoj. Come è noto, il grande scrittore russo racconta la guerra che Napoleone scatenò invadendo la Russia, ma le sue parole hanno un valore universale di condanna di tutte le guerre.
«…  e cominciò la guerra, cioè si compì un fatto contrario alla ragione umana e a tutta la natura umana. Milioni di uomini commisero gli uni contro gli altri così innumerevoli malefici, inganni, tradimenti, rapine, falsificazioni ed emissioni di assegnati falsi, saccheggi, incendi ed assassini, quanti per secoli interi non ne raccoglierebbero gli annali di tutti i tribunali del mondo, e che, in quel periodo di tempo, la gente che li commise non considerò come delitti.»

«Milioni di uomini, abdicando ai loro sentimenti di umanità e alla loro ragione, dovevano andare da occidente a oriente e uccidere i loro simili, così come alcuni secoli indietro erano andate da oriente a occidente valanghe di uomini a uccidere i loro simili. » Leggi tutto “Tempi bellicosi”

Serenissima Repubblica

Serenissima Repubblica è Venezia:

Venezia Serenissima
Repubblica Serenissima

 

Questa è d’ogni alto ben nido fecondo

Vinetia: et tal che chi lei vede, stima

Veder raccolto in breve spatio il mondo

 

Tratta da due volumi di incisioni acquarellate di Giacomo Franco, editi a Venezia nel 1610 e 1614. (Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Einaudi 1978, trad. di Franco Salvatorelli)

L’immagine della Serenissima come un piccolo spazio in cui è raccolto il mondo è quanto mai suggestiva ed anche se ci arriva dal XVII secolo conserva tutta la sua attrattiva: la vocazione internazionale di Venezia ha una lunga storia che non può essere abbandonata se vogliamo la sua salvezza. Leggi tutto “Serenissima Repubblica”

La Figura e la sensazione

Figura nella pittura di Bacon e nel testo di Deleuze
Figura e sensazione.

Due sono i protagonisti di questo intervento: il filosofo e il pittore, e tra di loro c’è la Figura.

Chi è Gilles Deleuze?
Nato a Parigi nel 1925 e morto suicida, sempre a Parigi, nel 1995, è stato fin dagli anni Sessanta un protagonista della cultura francese e internazionale. Autore di opere filosofiche ben presto considerate punto di riferimento, si è occupato anche di letteratura, psicanalisi, politica, cinema, ed infine di pittura. La sua analisi dei quadri di Bacon ci permette una comprensione approfondita dell’arte di questo pittore.

Chi è Francis Bacon?
Nato a Dublino nel 1909 e morto a Madrid nel 1992, è uno dei maggiori pittori del Novecento assieme a Picasso. Un artista che può non piacere, ma dal quale non si può prescindere. E, se vogliamo essere venali, l’autore di opere tra le più valutate nelle aste che contano.

Che cosa ci stanno a fare assieme?
Naturalmente la risposta ovvia è: Deleuze ha scritto un libro intitolato Logique de la sensation che analizza l’opera di Bacon. Ma c’è dell’altro. C’è sempre dell’altro quando due complessità vengono messe in relazione. Non è una somma, ma un moltiplicare all’infinito che apre la strada a quesiti interessanti.
Come quello che viene posto dai due curatori del libro di Deleuze, che sottolineano come il pensiero si intreccia con la pittura.
«Le livre de Gilles Deleuze sur Francis Bacon est bien autre chose que l’étude d’un peintre par un philosophe. Est-il du reste “sur” Bacon, ce livre? Et qui est le philosophe, qui est le peintre? Nous voulons dire : qui pense, et qui regarde penser ? On peut certainement penser la peinture, on peut aussi peindre la pensée[…]» (Alain Badiou e Barbara Cassin).

L’individuo su una zattera

Deleuze e Bacon si somigliano? Certamente no, ma c’è qualcosa che li unisce. Si stabilisce un intreccio in cui spariscono somiglianze superficiali, ma emergono consonanze più profonde.

E allora potremmo azzardare che la Figura dipinta da Bacon viaggia nei libri di Deleuze. Il filosofo, reinterpretando Nietzsche e trasformando il concetto di Superuomo, descrive l’uomo moderno come un individuo senza passato e ignaro del futuro che su una zattera fende i flutti del mare. In ciò Deleuze è un precursore dell’idea che vede l’essere umano in lotta contro forze preponderanti, alla ricerca di un suo percorso tra le molteplici vie che la globalizzazione confonde in un caos infinito.
Su una zattera in un mare in tempesta, appunto, o in  equilibrio precario su una sbarra, o in bilico su una struttura instabile (Trittico, 1970)
L’essere umano di cui parla Deleuze a me pare il corpo-Figura di Bacon.

Viaggio all’interno della sensazione

Deleuze analizza uno per uno gli elementi che compongono i quadri di Bacon, in un ordine che procede dal più semplice al più complesso: «Chacune des rubriques suivantes considère un aspect des tableaux de Bacon, dans un ordre qui va du plus simple au plus complexe. Mais cet ordre est relatif, et ne vaut que du point de vue d’une logique générale de la sensation. Il va de soi que tous les aspects coexistent en réalité. Ils convergent dans la couleur, dans la « sensation colorante », qui est le sommet de cette logique.»

Dunque è un viaggio all’interno della sensazione, più precisamente all’interno della sensazione legata al colore. Deleuze ci propone ragionamenti complessi per seguire i quali non basta di sicuro una conferenza; bisognerebbe analizzare questo ricchissimo libro in un seminario per apprezzarne appieno i procedimenti dialettici, a volte tortuosi e divaganti. Spesso faticosi. Ma la fatica di seguire questi percorsi è ampiamente ricompensata dalla capacità del filosofo di guidarci ad una meta chiara ed evidente. Così alla fine di ogni capitolo, e veramente ogni capitolo richiederebbe una conferenza a sé, uno può dire: finalmente ho capito!

L’isolamento della Figura

Nei quadri di Bacon un elemento centrale è l’isolamento della Figura. Il pittore la inserisce all’interno di un cerchio, di un cubo, di un’intelaiatura fatta di linee vagamente propettiche (Tre studi di Lucian Freud, 1969), di un parallelepipedo di vetro o di ghiaccio.
Oppure la colloca su una sbarra, allungata come su un arco magnetico di un cerchio infinito. «… sur une barre étirée, comme sur l’arc magnétique d’un cercle infini; … »
In questo modo la Figura non è immobile, ma si suggerisce una specie di esplorazione del luogo in cui è posta, ed anche su se stessa.

Ci si può chiedere: dove va?  che cosa fa? che cosa sta avvenendo? Avviene l’avvenimento: ciò che ha luogo, questo rapportarsi della Figura al suo luogo o a se stessa, è il fatto, l’avvenimento. E la figura così isolata e ripiegata su se stessa, diventa un’Immagine, un’Icona. «Et la Figure ainsi isolée devient une Image, une Icône.»

Ciò che Bacon vuole scongiurare è il carattere narrativo del quadro. Vuole liberare la Figura dalla noia di raccontare una storia.

Lo sfondo

La Figura occupa solo una parte del quadro. Il resto è costituito da ampie stesure di colore uniforme. Un colore immobile che crea spazio.
«…grands aplats de couleur vive, uniforme et immobile. Minces et durs, ils ont une fonction structurante, spatialisante.»

Queste stesure non sono sotto la Figura, e neppure dietro o davanti: sono sullo stesso piano, sono due soggetti uno accanto all’altro. Non c’è dunque profondità o allontanamento. (Trittico, Studio per un autoritratto, 1985)
C’è invece una vista frontale e ravvicinata, su cui l’occhio dell’osservatore procede come il tatto:  scivola dal fondo alla Figura, come se fosse una mano che scorre sulla superficie di un bassorilievo.
Deleuze, a tal proposito, parla di visione aptica, cioè di quella visione che si fonda  sulla sensibilità tattile dell’individuo verso il mondo adiacente al suo corpo. Vedere le cose come se le toccassimo.

Bacon l’Egiziano

Ed è in questo contesto che parla di Bacon “l’Egiziano”.
Lo storico dell’arte Alois Riegl scrive interessanti note sui caratteri del bassorilievo nell’antico Egitto (bassorilievo dal Tempio di Kom Ombo). Afferma che in questo  tipo di arte si opera la connessione più rigorosa dell’occhio e della mano attribuendo così una funzione tattile alla vista. Si propone una visione ravvicinata, frontale. Il contorno delle figure è rettilineo oppure è una curva regolare che isola la forma in un’unità chiusa: essa diventa essenza sottratta al cambiamento e alla corruzione, diventa presenza immutabile ed eterna.
Questa è l’arte antica egiziana.
C’è tutto Bacon, ma con una differenza sostanziale. Nell’opera di Bacon si insinua la caduta, la catastrofe. E a questo dobbiamo arrivare.

I tre elementi compositivi essenziali

Tra la stesura di colore uniforme, che possiamo chiamare sfondo, e la Figura c’è un limite comune, che può essere costituito da un cerchio (Trittico, Studi del corpo umano, 1970) o da una pista, insomma da un luogo: è il contorno condiviso da sfondo e Figura.

Vengono così individuati i tre elementi essenziali dei quadri di Bacon: lo sfondo, la Figura e tra essi il luogo-confine, che possiamo chiamare contorno. Ed è in questo terzo elemento che avvengono dei movimenti. Infatti funziona come una membrana, un luogo di scambio.

Attesa dell’evento e testimoni delle variazioni

Che cosa passa attraverso il confine?
La Figura, seduta su una sedia, o coricata su un letto, sembra proprio in attesa di un evento (Trittico, Tre figure in una stanza, 1964).
Quel che succede, o è già successo, però, non è una rappresentazione.

E non possono esserci, dunque, spettatori, perché spettatori significa spettacolo, e questo il pittore non lo vuole. Lo dimostra  con le diverse versioni che realizza sul tema della tauromachia: dalle prime due versioni in cui appare nel pannello un pubblico, si passa alla terza dove gli spettatori sono eliminati.

I testimoni

Tuttavia in molti casi accanto alla Figura ve ne sono altre, che hanno come funzione quella di testimoniare; non sono spettatori, ma testimoni: sono una costante rispetto alla variazione che avviene attraverso il contorno.
In  L’Homme et l’enfant del 1963 vediamo un uomo in contorsione su una sedia e accanto una bambina in piedi, rigida come un palo. Le figure sono separate dalla porzione di spazio che fa angolo tra i due. Non si capisce chi siano i due, che cosa li unisca. La bambina sembra essere la testimone di ciò che accade all’uomo. Testimone, non nel senso di spettatore, ma nel senso di una costante rispetto alla quale si misura una variazione. Per questo è rigida, mentre il corpo dell’uomo si contorce.
«C’est pourquoi la fille est raide comme un piquet, et semble battre la mesure avec son pied bot, tandis que l’homme est saisi dans une double variation, comme s’il était assis sur un siège réglable qui le monte et le descend, pris dans des niveaux de sensation qu’il parcourt dans les deux sens.»
Deleuze osserva che è un po’ come per i personaggi di Beckett, che hanno bisogno di testimoni per misurare le intime variazioni del corpo, per poterle osservare nella propria testa: “Mi ascolti? C’è qualcuno che mi guarda? C’è qualcuno che mi ascolta? C’è qualcuno che abbia la minima cura per me?” . Parole che evocano una solitudine straziante. E che ben si adattano alle Figure baconiane. 

Atletismo

Ed arriviamo così a definire il fatto, che avviene attraverso il contorno: un movimento, anzi due movimenti, uno dallo sfondo alla Figura, l’altro dalla Figura allo sfondo. Ed effetto del movimento è la variazione.

Il primo movimento dà l’impressione che lo sfondo si avvolga attorno al contorno per imprigionare la Figura, che accompagna questo movimento con tutte le sue forze. L’effetto è una sensazione di grande solitudine della Figura, un estremo imprigionamento del corpo.

Nello sforzo per assecondare l’avvolgimento dello sfondo, la Figura si contorce : è la formula che Deleuze nomina come Atletismo.

A volte è un atletismo derisorio, violentemente comico: gli organi del corpo diventano delle protesi (Tre studi del corpo umano, 1967).
Nel corpo, che è costituito da carne ed ossa, le ossa diventano gli attrezzi ginnici con cui la carne compie i suoi esercizi di atletica. Vista sotto questa ottica, la Figura diventa ancor più ridicola, ma con una sfumatura di orrido e ripugnante. Veramente c’è da invocare pietà per la carne! Eppure, a più riprese, Bacon ha rifiutato questa etichetta di crudele accanimento. Non è sua intenzione impressionare con spettacoli di miseria umana, non vuole creare disgusto. Ma certamente vuole colpire il sistema nervoso, vuole tirarci dentro il quadro attraverso vari livelli di sensazione.

Punti di fuga

Tutto ciò è ancor più evidente se si considera il secondo movimento di cui parlavamo: la tensione che spinge la Figura verso lo sfondo.
Il corpo diventa sorgente di movimento al suo interno, è un fascio di nervi percorso da spasmi: la Figura cerca di scappare.

Aggrappato all’ovale del lavabo, incollato ai rubinetti con le mani, questo corpo cerca di scappare con uno sforzo intenso, reso più spasmodico dall’immobilità della Figura, vuole fuggire da se stesso come da una prigione, passare attraverso un buco minuscolo come quello dello scarico.  «…accroché à l’ovale du lavabo, collé par les mains aux robinets, le corps-figure fait sur soi-même un effort intense immobile, pour s’échapper tout entier par le trou de vidange.» (Figura al lavabo, 1976)

Questo “cupio dissolvi” attraverso dolorose contrazioni diventa ancor più disperante e impudico, perché raffigurato nelle funzioni corporali più intime e nascoste (Trittico, maggio-giugno 1973).
E l’ombra del corpo ? Acquista una presenza autonoma nel momento stesso in cui cerca di fuggire dal corpo. O forse è ancora il corpo che tenta di sparire attraverso la sua ombra?
Ma anche, il grido, il famoso grido su cui tanto si è scritto, è l’operazione per cui il corpo tutto fugge attraverso la bocca (Studio dal ritratto di Innocenzo X).
«Et le cri, le cri de Bacon, c’est l’operation par laquelle le corps tout entier s’échappe par la bouche.»
Il contorno, quel luogo di confine tra Figura e sfondo, prende una nuova funzione, perché non è più piatto, ma disegna un volume scavato e comporta un punto di fuga.
Arriviamo ad un’altra immagine ricorrente nei suoi quadri: l’ombrello. Gli ombrelli di Bacon sono il corrispettivo del lavabo.
Nelle due versioni di “Quadro” 1946  e 1971, la Figura sembra imprigionata dentro una balaustra, ma allo stesso tempo è come se si facesse risucchiare dalla cavità dell’ombrello, tutta tesa a scappare da una punta di questa cavità semisferica. Non rimane altro che un sorriso abbietto. «… on ne voit déja plus que son sourire abject.»
Sempre, quando compare un ombrello ci sono punte: funzionano come via di fuga.
Anche gli specchi sono punti di fuga, non sono superfici riflettenti.
Lo specchio è uno spessore opaco, talvolta nero: il corpo ci si butta dentro, anche con la sua ombra. Un incubo pieno di fascinazione: il corpo sembra allungarsi, appiattirsi, stirarsi nello specchio, ma non va al di là come Alice, si contrae come se volesse sparire dentro il sottile spessore. «Le corps semble s’allonger, s’aplatir, s’étirer dans le miroir, tout comme se contractait pour passer par le trou» (Trittico, 1974-77).
Addirittura la testa si spacca e si distribuisce dentro lo specchio come un pezzo di strutto che si scioglie nella minestra. «… comme un bloc de graisse dans une soupe.»

Forze deformanti

Le deformazioni del corpo sono il risultato di forze che lo investono, forze istintive, come voglia di dormire, di vomitare, di sbadigliare. il corpo si raggomitola su se stesso, assume delle posture assurde e involontarie. Una deformazione in divenire, in continua mutazione.
L’onda della sensazione percorre il corpo e a vari livelli crea organi provvisori in perpetua trasformazione.
Quando Bacon parla di livelli di sensazione intende proprio questo: i livelli sono istantanee di un movimento che viene ricomposto sinteticamente.
Quello che il pittore vuole trasmettere è questo ritmo istintivo che non ha nulla a che vedere con il pensare razionalmente, ma che è profondamente vitale.
Queste forze sono invisibili, ma se ne vedono gli effetti.
Soprattutto nei ritratti: queste teste sono immobili e tuttavia agitate da forze di pressione, dilatazione, contrazione, appiattimento, stiramento.
«C’est comme des forces affrontées dans le cosmos par un voyager trans-spatial immobile dans sa capsule.»

Dalla catastrofe alla Figura

A proposito di queste teste, c’è da notare che Bacon ritrattista in realtà non dipinge volti. Il suo progetto è invece quello di disfare il volto per far emergere la testa che è sotto il volto, uno scavo per ritrovare l’essenza della persona ritratta (Trittico, Tre studi per un ritratto di George Dyer).

Ed allora è tutto un lavorio di cancellamento, spazzolamento, ripulitura. Non solo nei ritratti. È il suo modo di dipingere e riguarda il suo concetto di pittura. Infatti Bacon pensa che un pittore non abbia davanti a sé una superficie bianca. Sulla tela o nella testa dell’artista o attorno a lui sono già depositate immagini che rischiano di diventare dei clichés. Per evitare di perdersi nella banalità, bisogna giocare d’azzardo (Bacon era un giocatore incontenibile). Il giocatore Bacon gioca a tre tavoli contemporaneamente, “colpo su colpo” , fa segni a caso, ripulisce, spazza via, getta pittura per ricoprire certi segni. Provoca un caos, una catastrofe: il crollo di tutti i dati figurativi.
«Le chaos et la catastrophe, c’est l’écroulement de toutes le données figuratives….»

Ma allora chiunque può dipingere così (in un’intervista Sylvester gli fa osservare che anche la donna delle pulizie potrebbe realizzare un quadro). Ovviamente non è così semplice. Solo la mano dell’artista sa guidare l’azzardo. Sa estrarre la Figura improbabile dall’insieme delle possibilità figurative.
«… extraire la Figure improbable de l’ensemble des probabilités figuratives»

Sonni e risvegli isterici 

Nei Trittici le Figure si ripetono e c’è da chiedersi che rapporti ci siano tra questi corpi in movimento. Non ci sono legami narrativi o logici, ma sensazioni derivanti da varie forme di opposizione: discesa-salita, contrazione-distensione, nudo-vestito, aumento-diminuzione. Insomma c’è tutto un gioco di valori ritirati o aggiunti, che potremmo definire “sonni e risvegli isterici” che colpiscono varie parti del corpo.

L’isteria riguarda il sistema nervoso: è in ciò che siamo colpiti. E il colore gioca la sua parte. Infatti c’è un trattamento cromatico diverso per il corpo e per lo sfondo. Questi organi in perpetua mutazione assumono tonalità diverse sotto l’onda della sensazione che percorre il corpo. Lo sfondo rimane uniforme, immobile. Ma nel quadro è stato introdotto il fattore tempo. Al monocromatismo dello sfondo si oppone il cronocromatismo del corpo.

Tra le opposizioni che caratterizzano i trittici, quella più presente è la caduta. Le Figure di Bacon rischiano sempre di cadere. Diventano così dei trapezisti in mezzo alla luce e al colore. Nel trittico si realizza la separazione dei corpi nella luce universale, nel colore universale.  C’è un immenso spazio-tempo che riunisce tutte le cose, introducendo però tra esse le distanze di un deserto, i secoli di un’eternità.
«C’est un immense espace-temps qui réunit toutes les choses, mais introduisant entre elles les distances d’un Sahara, les siècles d’un Aiôn» (Trittico, Studi del corpo umano, 1970).

La sparizione della Figura

C’è un’evoluzione nell’attività di Bacon? Se Sylvester individua tre fasi, Deleuze ne aggiunge una quarta, quella della sparizione della Figura.
Questa Figura in eterna fuga dove va a finire? Il corpo ha finalmente raggiunto lo sfondo dove si dissolve.
Deleuze ipotizza che stia nascendo un tipo di astrazione “baconiana”, dove non ci sia più bisogno della Figura. E che il destino di caduta e sparizione si sia effettivamente avverato.
«La Figure s’est dissipée en réalisant la prophétie : tu ne seras plus que sable, herbe, poussière ou goutte d’eau…» (Duna di sabbia, 1983)(Getto d’acqua, 1988) .

Bacon ha spesso sostenuto che nei suoi quadri non vuol comunicare altro che ciò che si vede e che è inutile cercare simbologie o spiegazioni metafisiche. Mi sembra difficile non cogliere in questo suo ultimo esito il destino di dissolvimento dell’essere umano nel nostro mondo attuale,globalizzato e omologato, dove sono cancellate le differenze individuali e dissolte le singole personalità.

 

Caduta nel vuoto: il senso dell’esistenza nella pittura di Francis Bacon

caduta nel vuoto
caduta nel vuoto: il senso dell’esistenza nelle pitture di Bacon

Caduta: una parola chiave per la comprensione di Bacon.  (scarica il pdf)

Chi è Bacon?  Risponde lui stesso: «Più che un pittore, penso spesso di essere un medium del caso e del fattore accidentale.» Leggi tutto “Caduta nel vuoto: il senso dell’esistenza nella pittura di Francis Bacon”

polo Nord polo Sud

polo nord polo Sud Matisse e Picasso
polo nord polo Sud
Matisse e Picasso

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Polo Nord Polo Sud
La joie de vivre tra Matisse e Picasso: due mondi, due stagioni

Questa è la storia di una feconda relazione tra artisti geniali: Matisse e Picasso, i protagonisti assoluti dell’arte del XX secolo.
I loro rapporti furono contrassegnati da amicizia e competizione e per tutta la vita (quella di Matisse, perché Picasso visse quasi vent’anni più di lui) si sono guardati, potremmo dire spiati.
Ma la reciproca stima non è mai venuta meno, neppure nei momenti di più marcato dissenso.
È anche la storia di due quadri, che rappresentano una medesima aspirazione alla pace e alla serenità, ma in due diverse stagioni della vita di questi artisti. La joie de vivre di Matisse 1906 ; La joie de vivre di Picasso 1946.
Quanto reale era la rivalità tra i due? Sembra che gli Stein, eccentrici Americani trapiantati a Parigi, innamorati dell’arte contemporanea, abbiano alimentato il mito di un polo Nord polo Sud, di un Matisse contrapposto ad un Picasso. E proprio attraverso gli Stein i due pittori si conobbero.

Quando. nel 1906, Matisse espose La joie de vivre, l’opera non fu ben accolta dalla critica ; acquistata da Leo Stein, sparirà dalla circolazione per alcuni anni. Ma c’era qualcuno che, frequentando casa Stein, aveva modo di ammirare e studiare l’opera di Matisse; quel qualcuno era il giovane Picasso, che ne rimarrà molto colpito, anzi l’accoglierà come una sfida e risponderà con Les Demoiselles d’Avignon.
Dal confronto di queste due opere che, per altro, sono da considerarsi fondamentali per la nascita della pittura moderna, si capisce quanta distanza separi la visione del mondo e dell’arte dei due artisti: sono veramente due universi contrapposti.
Per Matisse l’arte è effusione lirica, mentre per Picasso l’arte è problema: il primo considera l’armonia universale come principio fondamentale della natura, di cui l’arte è contemplazione; per il secondo il mondo si fonda sul principio di contraddizione, che è il motore della storia e dunque l’arte non può essere altro che intervento nella realtà.
Le due opere sono il risultato di questi diversi approcci: ne La joie de vivre la realtà viene trasfigurata attraverso la sintetica intuizione del tutto e diventa rappresentazione ideale ed idilliaca del mondo; ne Les demoiselles d’Avignon la realtà viene analizzata razionalmente nella sua struttura e diventa la rappresentazione tragica e cruda di un aspetto triviale della vita come può essere l’ambiente della prostituzione (infatti l’opera raffigura le”signorine” di un bordello).
Mentre Picasso era nel pieno della sua produzione cubista, Matisse dipinse La Danza.
La Danza è «… la risposta serena, ma decisamente negativa, di Matisse al Cubismo trionfante […] Al Cubismo che analizza razionalmente l’oggetto, Matisse contrappone l’intuizione sintetica del tutto. Questo è appunto il quadro della sintesi, della massima complessità espressa con la massima semplicità. È la sintesi delle arti: musica e poesia confluiscono nella pittura, e la pittura è concepita come un’architettura di elementi in tensione nello spazio aperto; sintesi di rappresentazione e decorazione; di simbolo e realtà corporea; di volume, linea, colore.» (Argan)
Le opere cubiste, al contrario,  non hanno colore, perché il colore emoziona, e l’intento del pittore cubista è di far comprendere la realtà attraverso la mente, non attraverso il sentimento. Le linee delle composizioni cubiste sono spezzate, perché non si cerca la decorazione e l’arabesco, ma la ricostruzione geometrica.

I due attraversarono la prima e la seconda guerra mondiale. A pace raggiunta, arrivò anche per Picasso La joie de vivre,  l’opera di un periodo felice: la guerra era finita, Picasso era con la nuova compagna Françoise Gilot, con la quale avrà due amatissimi figli, era ad Antibes, nella luce del Mediterraneo, dove poteva far risorgere quella mitologia greca a lui tanto cara.

Un’altra gara tra i due polo Nord polo Sud:
Matisse lavorò dal 1949 al 1951 alla cappella del Rosario di Vence in Provenza, un’opera che egli considerava il suo capolavoro.
La risposta di Picasso fu un’opera monumentale costituita da 18 pannelli e situata nella cappella del castello di Vallauris. Picasso non era religioso e il suo progetto fu quello di realizzare un Tempio della Pace.

Matisse morì nel 1954. Picasso non si fece vedere al suo funerale. Ma non era certo indifferente: Françoise racconta che girava per le stanze mormorando: “Matisse è morto, Matisse è morto…”

A modo suo gli rese omaggio. Nel 1955 dipinse, rifacendo in stile picassiano un quadro di Delacroix, Les Femmes d’Alger, in cui associava alla costruzione di stampo cubista colori squillanti e sfondo decorativo; il soggetto poi presenta quelle odalische che avevano popolato i quadri di Matisse in una fase della sua attività artistica.

Polo Nord polo Sud, arte-decorazione o arte-impegno, arte-consolazione o arte-denuncia?

 

Bibliografia:

  • Cécile Debray, Matisse/Picasso, une polarité créée par les Stein ?, colloque Revoir Picasso, 2015
  • Louis Aragon, Henri Matisse, roman, Gallimard 1998
  • Isabelle Monod-Fontaine, MATISSE LA FIGURA La forza della linea, l’emozione del colore, Fondazione Ferrara Arte 2014
  • Sebastian Smee, Artisti Rivali, UTET 2016
  • Philippe Dagen, Picasso, Electa 2009
  • Flavio Caroli, La storia dell’arte raccontata da Flavio Caroli, Electa 2011
  • Picasso – Opere dal 1895 al 1971 dalla Collezione Marina Picasso, Saggi introduttivi e schede di Giovanni Caradente con un contributo di Werner Spies, Sansoni 1981
  • Alfonso Panzetta, Picasso, Elemond Arte 1992
  • Emilie Bouvard, La “figura” in Pablo Picasso – Approcci, in Picasso – Figure (1906-1907), Skira 2016
  • Arnauld Pierre, L’eredità contestata, in La pittura francese, Electa 1999
  • Giulio Carlo Argan, L’arte moderna, Sansoni 1988
  • Gertrude Stein, Picasso, C.Bourgois éditeur, 2006
  • Laurent Gervereau, Autopsie d’un chef-d’oeuvre – Guernica, Paris Méditerranée 1996
  • Anne Baldassari, Picasso papiers journaux, Tallandier 2003
  • Hommage a Pablo Picasso, Ministère d’État , Affaires Culturelles, Ville de Paris 1966-67
  • Picasso, Propos sur l’art, Édition de Marie-Laure Bernadac et Androula Michael, Gallimard 1998

 

metamorfosi picassiane

metamorfosi picassiane
metamorfosi picassiane: umano-disumano, incantesimi-esorcismi nella mitologia dell’artista

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Metamorfosi picassiane: un percorso infinito.

Parlare di Picasso  in modo esauriente è impossibile; non si è giunti a tutt’oggi ad un’interpretazione completa della sua opera; non è possibile analizzare la genesi e lo sviluppo della sua creazione artistica, visto il dinamismo inesausto che la caratterizza e considerata la complessità del contesto in cui opera.
Dopo una preparazione accademica impeccabile, nutrita da una abilità artistica eccezionale, Picasso comincia a Parigi la sua educazione “moderna”, studiando  le tecniche pittoriche dei neo e post-impressionisti, dei Nabis, di Van Gogh.
Siamo nel 1901 e l’artista, profondamente segnato dal suicidio dell’amico Casagemas, dipinge tutta la povertà, la solitudine, la tristezza, che opprimono la sua vita: nei quadri del periodo i contorni si fanno morbidi e continui, il disegno diventa visibile, si riducono la varietà e l’intensità dei colori che scivolano verso la monocromia del blu in tutte le sue sfumature.
Negli anni 1904-1906, periodo che alcuni definiscono “rosa”, diventano sempre meno frequenti i temi della prostituzione, le scene di sesso, la predominanza del blu, il grafismo serrato. A differenza del periodo blu, durante il quale l’artista produsse poche opere (ma molti studi preparatori), il periodo rosa è caratterizzato da una vasta e disomogenea produzione.
È il periodo degli Arlecchini e dei saltimbanchi, ma non solo, con opere caratterizzate dalle tonalità del rosa e da un’atmosfera non più drammatica, ma di dolce malinconia.
A Gósol, dove si reca nel 1906, medita su Il bagno turco di Ingres, che diventa per lui un punto di partenza per i suoi “esperimenti” sulla figura umana e che apre la strada a Les demoiselles d’Avignon.
A Gósol ritrova la sua Spagna, con i suoi colori e la sua severità, osserva la vita locale, dipinge nudi di adolescenti e cavalieri, personaggi dallo sguardo incerto e situati in uno spazio poco definito, in un’atmosfera che allude all’antichità; i colori sono sobri, spesso un monocromatismo attraversato da ocra e bistro.
Con l’interesse per la scultura iberica preromana si accentua la sua attenzione ai volumi e a una pittura geometrizzante.
Questa stagione pittorica si può dire conclusa con il Ritratto di Gertrude Stein.
Il percorso che porta a Les demoiselles d’Avignon è complesso e tormentato, con modifiche e ripensamenti.
Dal punto di vista contenutistico ci rinvia alle convinzioni socio-politiche di Picasso, che vede e ritrae la dura realtà della prostituzione; da un punto di vista formale, rappresenta il punto d’arrivo del processo cominciato a Gósol: consolidamento dei volumi e geometrizzazione con l’ uso consapevole di un linguaggio matematico.
Successivamente Picasso procede nella sua ricerca di resa scultorea di anatomie costruite con forme geometriche: non è un percorso lineare, ma piuttosto un andirivieni, un processo endogeno a cui per convenzione si dà il nome di cubismo analitico.
Dopo la guerra si apre la fase classica: un classicismo inconfondibile e decisamente personale.
Nel 1925 arriva l’epoca dei “mostri”, delle “metamorfosi picassiane”: anche se l’essenza surrealistica delle opere di Picasso è controversa le creature evocate dalle opere del periodo sembrano provenire da oscuri recessi dello spirito.
Dalla Danza del 1925 a Donne nude sulla spiaggia del 1937 l’opera di Picasso diventa sempre più intima, psichica e autobiografica; comincia la fase del biomorfismo sessuale che sconvolge e deforma la figura femminile, dando vita ad una mitologia suggestiva che non è sempre decifrabile e che assume un nuovo significato con l’inizio della guerra civile spagnola in Guernica.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale la raffigurazione del nudo diventa una strana metamorfosi in cui volumi ed organi sono aggregati in modo inquietante.
Quando la guerra finisce rimangono le macerie e la terribilile verità dei campi di sterminio che Picasso visita. Si apre il tempo della pittura politica; l’artista riafferma con forza la sua concezione di una pittura fatta non per decorare gli appartamenti, ma per lottare contro i mali del mondo.
Negli ultimi venti anni della sua attività Picasso intraprende  essenzialmente tre percorsi: dipingere la pittura, lavorare sul tema del pittore e la modella, trarre le estreme conseguenze dalle sue ricerche artistiche precedenti.

BIBLIOGRAFIA

  • Philippe Dagen, Picasso, Electa 2009
  • Flavio Caroli, La storia dell’arte raccontata da Flavio Caroli, Electa 2011
  • Picasso – Opere dal 1895 al 1971 dalla Collezione Marina Picasso, Saggi introduttivi e schede di Giovanni Caradente con un contributo di Werner Spies, Sansoni 1981
  • Ernst H.Gombrich, La storia dell’arte raccontata da E.H.Gombrich, Leonardo Arte, 1995
  • Alfonso Panzetta, Picasso, Elemond Arte 1992
  • Emilie Bouvard, La “figura” in Pablo Picasso – Approcci, in Picasso – Figure (1906-1907), Skira 2016
  • Arnauld Pierre, L’eredità contestata, in La pittura francese, Electa 1999
  • Enrico Crispolti, Vicende dell’immagine fra secessionismo e simbolismo, in L’arte moderna, Fabbri 1967
  • Mario De Micheli, L’arte di opposizione e d’impegno politico e sociale in Europa dall’inizio del ‘900 alla fine della seconda guerra mondiale, in L’arte moderna, Fabbri 1967
  • Giulio Carlo Argan, L’arte moderna, Sansoni 1988
  • Gertrude Stein, Picasso, C.Bourgois éditeur, 2006
  • Laurent Gervereau, Autopsie d’un chef-d’oeuvre – Guernica, Paris Méditerranée 1996
  • Anne Baldassari, Picasso papiers journaux, Tallandier 2003
  • Hommage a Pablo Picasso, Ministère d’État , Affaires Culturelles, Ville de Paris 1966-67
  • Picasso, Propos sur l’art, Édition de Marie-Laure Bernadac et Androula Michael, Gallimard 1998

Montmartre mon amour

Montmartre mon amour
Montmartre mon amour

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Montmartre mon amour: quella di Toulouse-Lautrec è stata una storia d’amore verso un luogo, Montmartre, un mondo eterogeneo, di cui egli diventa non solo l’interprete ma il simbolo stesso,  con la sua opera e con la sua vicenda biografica.

La carriera artistica di Lautrec si svolge in poco più di un ventennio: le prime opere sono cronache mondane, trasferimenti in carrozza, partite di caccia, tutti quei riti aristocratici démodés e ormai in estinzione propri della sua classe sociale.

Trasferitosi a Parigi, subisce l’influsso dei grandi maestri, soprattutto di Degas; ma già si avverte un’evoluzione verso il superamento del naturalismo impressionista per anticipare quelli che saranno i modi dell’espressionismo.

Le opere della maturità lo consacrano come l’artista che più d’ogni altro ha saputo interpretare la vie moderne.

Il suo personalissimo segno, rapido, duttile, intensamente significativo, trova il mezzo espressivo più consono nella tecnica litografica e nel genere del cartellone pubblicitario, di cui fu l’insuperabile interprete: padronanza assoluta della linea curva, arabeschi, definizione spaziale ardita, stesura à plat  dei colori, sproporzione usata con funzione emotiva, sono tratti caratteristici del suo stile.

Siamo in piena Belle Époque, trionfano il modernismo e l’Art Nouveau; Lautrec, per il quale la percezione non è più attività esclusivamente visiva, ma psicologica, è in sintonia con la sua epoca.

Fu il primo a capire l’importanza della pubblicità e seppe innalzare questo genere al livello dell’arte.

Molti sono i luoghi simbolo di Montmartre ed ancor più i personaggi che l’hanno animata; locali ora trasformati, oppure chiusi per sempre; personaggi famosi ormai inghiottiti dal tempo.

I tratti rapidi e concisi di Lautrec compongono un reportage vibrante su locali come il Moulin-Rouge, il Moulin de la Galette, lo Chat noir, il Divan Japonais; sa far  rivivere l’atmosfera del teatro, del circo, delle maisons closes, sempre con eleganza ed umanità, senza scadere mai nel volgare, qualsiasi fosse il soggetto trattato.

Dotato di un forte spirito di osservazione e di una prodigiosa memoria visiva, evoca  in ritratti sintetici di forte impatto emotivo i personaggi di Montmartre: la Goulue e Valentin-le-désossé, Aristide Bruant, Jane Avril, Yvette Guilbert, Marcelle Lender, e molti altri; grazie alle sue opere, diventano icone indimenticabili.

 

Bibliografia

  • Maria Teresa Benedetti, Henri de Toulouse-Lautrec, l’opera grafica, saggio in catalogo Toulouse-Lautrec, Luci e ombre di Montmartre
  • Toulouse-Lautrec, La collezione del Museo di Belle Arti di Budapest, catalogo della mostra a Roma, Museo dell’Ara Pacis, 4 dic 2015 – 8 mag 2016, Edizioni Skira
  • Jane Avril, Mes mémoires, Phébus, Paris, 2005
  • Renaud Temperini, Estetiche della modernità, in La pittura in Europa,. La pittura francese, Electa, 1999
  • Gérard George Lemaire, L’uomo che adorava le donne, Art e Dossier, marzo 1992
  • Giorgio Cortenuova, Toulouse-Lautrec, Dossier Art n.70, luglio-agosto 1992, Giunti
  • C.Argan, L’arte moderna, Sansoni, 1988
  • L’opera complete di Toulouse-Lautrec, presentazione di Giorgio Caproni, apparati critici e filologici di G.M.Sugana, Rizzoli, 1977
  • Renato Barilli, La “Commedia umana” da Ensor a Lautrec, in L’Arte Moderna, Fabbri 1977
  • Roger-Marx – Umbro Apollonio, Toulouse-Lautrec, l’œuvre graphique, NCR ed.1952
  • Pierre La Mure, Moulin Rouge, Presse de la cité 116, rue du Bac, 116 Paris, 1952
  • Moulin Rouge (film), regia di John Huston, 1952
  • Claude Roger-Marx, Les Lithographies de Toulouse-Lautrec, Fernand Hazan 1951
  • Émile Schaub Koch, Psycanalyse d’un peintre moderne, L’EDITION LITTERAIRE INTERNATIONALE, 1935

Lautrec e Montmartre

Lautrec  e Montmartre : Lautrec è Montmartre, Montmartre è Lautrec.

Lautrec e Montmartre
Lautrec e Montmarte

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Nella seconda metà dell’Ottocento Montmartre era un quartiere periferico dalle molteplici identità e si stava sviluppando ai margini del nucleo urbano parigino come zona dedicata al divertimento, con caffè-concerto, cabaret, maison closes, e abitata da personaggi singolari, artisti, ballerine, cantanti, attori.

Di questo mondo eterogeneo Toulouse-Lautrec diventa non solo l’interprete, ma il simbolo stesso; ne diventa il marchio, con la sua opera e con la sua stessa vicenda biografica.

L’epoca dei manifesti inizia nel 1864 quando fu pubblicato a Parigi il primo manifesto illustrato in bianco e nero da Daumier. Da allora la litografia aveva fatto rapidi progressi ed era nata la cromolitografia, tecnica perfezionata e portata a livello di arte da Jules Chéret.

La prima esperienza di Lautrec in tal senso è del 1891: Zidler, direttore del Moulin Rouge, affida al giovane pittore l’incarico di eseguire per il suo locale un manifesto che sostituisse quello ormai superato di Chéret.

Già in questa prima opera si possono rintracciare quelle caratteristiche che saranno poi proprie dell’artista: padronanza assoluta della linea curva, arabeschi, definizione spaziale ardita, stesura à plat  dei colori, sproporzione usata con funzione emotiva; egli  sa tradurre il bagaglio culturale del simbolismo in termini di comunicazione.

In effetti la stilizzazione, presente in tutta la sua opera grafica, ha qualcosa di affine con le ricerche dei simbolisti, ma Lautrec se ne discosta nel momento stesso in cui rifiuta ogni evasione di tipo spiritualista: il suo approccio sarà sempre laico, concreto e disincantato. Egli costringe il naturalismo descrittivo ad una sintesi emotiva di forte espressività, procedendo attraverso strappi e disarmonie.

Un’influenza indubbia ebbe su di lui il japonisme, come su altri, come su Degas, da Lautrec molto ammirato.

Lautrec sviluppò una vera passione per la litografia, frequentava abitualmente le stamperie seguendo ogni fase della realizzazione delle sue opere, sperimentava tecniche e colori, mescolava gli inchiostri, tirava in diversi colori la stessa composizione.

Con questo nuovo mezzo espressivo, che ha contribuito ad innovare nella tecnica e nella forma artistica, Lautrec ha realizzato manifesti, stampe per il collezionismo, copertine di libri, menu, locandine per il teatro, cartelloni pubblicitari, affermandosi come artista della comunicazione in senso moderno. In questo egli era  in sintonia con la sua epoca, con lo spirito che animava l’Art Nouveau e il modernismo, anche se poi, oltre questa premessa, la strada del pittore di Montmartre, abbandona la via gioiosamente fiorita tracciata dal linguaggio festoso del modernismo; lo sguardo di Lautrec diventa “coscienza allarmata, occhio ferito e addolorato dall’analisi psicologica che si fa indagine partecipe e non ristoratrice panacea per la psiche” (G.Cortenova)

Rispetto alla pittura, il mezzo espressivo della litografia subisce un processo di semplificazione e trasfigurazione: innanzi tutto è diversa la scelta dei colori,  che sono molto più vivaci, stesi in modo uniforme e racchiusi da linee ben definite, come nelle partiture delle vetrate (è evidente il legame con il cloisonnisme). Confrontando un quadro con la litografia che ha il medesimo soggetto vediamo che la decorazione sostituisce il realismo del quadro, con esiti che prefigurano l’astrazione.

L’interesse di Lautrec per il teatro fu sempre intenso; del resto nell’ esagerazione espressiva, nel gesto accentuato, nel rituale declamatorio caratteristici degli attori trovava un corrispettivo del suo gusto per la deformazione.

Tuttavia l’uso della distorsione caricaturale, tipica dei suoi ritratti, è, in un certo senso, funzionale a far emergere la psicologia dei personaggi e soprattutto quel fondo di  sconfinata malinconia, che solo l’apparente festosità di situazioni, colori, piaceri trattiene dal diventare disperazione.

La caricatura diventa così sguardo crudele, ma al tempo stesso partecipe e solidale, e coinvolge l’osservatore a livello emotivo, provocando una specie di folgorazione visiva.

«Uomo del suo tempo, punta ad ottenere effetti immediati e brillanti, aderendo all’idea della libera diffusione delle immagini. Un segno scorrevole e ritmico, un’impostazione più simbolica che descrittiva, un linearismo ininterrotto connotano le sue opere. Alla base è la padronanza del disegno come elemento espressivo a sé, generatore dell’opera grafica. Viene poi la complessità di una realizzazione, che deve tenere conto della reazione del pubblico, della individuazione della via più immediata di trasmissione di un messaggio, capace di dare sostanza estetica anche a contenuti di per sé labili.» (M.T. Benedetti)
Bibliografia

  • Maria Teresa Benedetti, Henri de Toulouse-Lautrec, l’opera grafica, saggio in catalogo ( Toulouse-Lautrec,
    Luci e ombre di Montmartre)
  • GérardGeorge Lemaire, L’uomo che adorava le donne, Art e Dossier, marzo 1992
  • Giorgio Cortenuova, Toulouse-Lautrec, Dossier Art n.70, luglio-agosto 1992, Giunti
  • Toulouse-Lautrec, La collezione del Museo di Belle Arti di Budapest, catalogo della mostra a Roma, Museo dell’Ara Pacis, 4 dic 2015 – 8 mag 2016, Edizioni Skira
  • Renaud Temperini, Estetiche della modernità, in La pittura in Europa,. La pittura francese,
    Electa, 1999
  • Renato Barilli, La “Commedia umana” da Ensor a Lautrec, in L’Arte Moderna, Fabbri 1977
  • Claude Roger-Marx, Les Lithographies de Toulouse-Lautrec, Fernand Hazan 1951
  • Roger-Marx – Umbro Apollonio, Toulouse-Lautrec, l’oeuvre graphique, NCR ed.1952
  • Émile Schaub Koch, Psycanalyse d’un peintre moderne, L’EDITION LITTERAIRE INTERNATIONALE, 1935

 

 

 

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