Sguardi di donne

Dorothea Lange, Tina Modotti, Gerda Taro

Tre donne, tre grandi fotografe: un’americana, Dorothea Lange, un’europea, Gerda Taro, e ad unire idealmente le due sponde dell’Atlantico una figura internazionale come Tina Modotti.

Tre donne diverse per formazione, cultura, vissuto, ma simili per l’energia con cui hanno costruito la propria indipendenza e per la passione con cui hanno praticato la fotografia intesa come denuncia sociale ed arma contro le ingiustizie.

Il loro amore per la libertà le ha portate spesso a scelte difficili, che hanno inciso sulla loro vita privata, ma questo non le ha distolte dalla volontà di documentare e di far sapere al mondo determinate realtà.

E senza mai perdere quello speciale sguardo femminile che sceglie di mettere in evidenza l’aspetto umano, la vita concreta delle persone.

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Dorothea Lange nacque nel 1895  a Hoboken, nel New Jersey. A 7 anni fu colpita dalla poliomielite e rimase zoppa per tutta la vita. A dodici anni suo padre, un avvocato, abbandonò la famiglia. Sparì dalla loro vita, probabilmente per sottrarsi alla legge essendo entrato in un giro d’affari illeciti; così Dorothea e suo fratello piombarono da un tenore di vita agiato ad un’esistenza di povertà. La madre garantì comunque a Dorothea la possibilità di studiare, e lei frequentò la Columbia University studiando fotografia con celebri fotografi come Clarence White e Arnold Genthe.

Aveva 20 anni quando cominciò a girare il mondo per fotografare e si fermò a San Francisco quando non ebbe più i soldi per continuare la sua esplorazione. In questa città, nel quartiere di Nob Hill, ricostruito dopo il terribile terremoto del 1906, aprì uno studio e divenne famosa per i suoi ritratti di gente della buona società. Si sposò con un pittore apprezzato, Maynard Dixon ed ebbe due figli, Daniel nel 1925 e John nel 1928. Fu proprio mentre era in viaggio di nozze in Arizona che avvenne qualcosa il cui ricordo avrebbe cambiato il suo modo di fare fotografia. Ce lo racconta la scrittrice Elise Hooper nella biografia di Dorothea Lange, ”La verità di un istante”. I due sposi accompagnati da un amico attraversano una riserva indiana e l’attenzione di Dorothea si fissa su un’insegna SCUOLA INDIANA DI TUBA CITY.

Nonostante lo scarso entusiasmo dell’amico lei vuole visitarla.

Rimase dolorosamente colpita dal modo in cui venivano trattati quei ragazzi: regole e dura disciplina, punizioni, nessuna simpatia e soprattutto “niente attività indiane tradizionali, né lingua navajo, né abiti tribali” Uscendo dalla riserva, Dorothea racconta: “…mi girai ad osservare i bambini alla ricerca di qualche traccia di tristezza, curiosità, speranza o perfino rabbia sui loro visi, ma non traspariva nulla da quegli occhi scuri, ancestrali, immobili. Disposti su tre file. Rassegnati. La voglia di combattere sopita da tempo.”

Il ricordo di quel momento la fece riflettere su quei suoi ritratti: “Signorine eleganti con fili di perle…padri di famiglia vestiti di nero seduti accanto ai figli maschi… madri orgogliose che sfoggiano i loro pargoli pasciuti e immacolati. … Eventuali imperfezioni, le correggevo. Ognuno mostrava il lato migliore di sé”

Si avvicinò così a quella corrente di pensiero, nata nella prima metà del Novecento negli Stati Uniti, che propugnava la fotografia documentaria con attenzione alle questioni sociali. Cominciò a girare per le strade a fotografare i disoccupati e i senzatetto della California vittime della Grande depressione. Incaricata dall’organismo federale di monitoraggio della crisi (Rural Resettleman Administration) fotografò i disastri del Dust Bowl, quelle tempeste di sabbia che avevano desertificato 4 milioni di kmq negli stati centrali dell’Unione tra il 1930 e il 1940.

Un incarico che Dorothea svolse con grande coinvolgimento da parte sua. Lo testimonia un brano  della sua biografia dove si racconta la storia di una foto diventata un’immagine simbolo e un’icona dell’arte: “Migrant Mother”
Ed infatti la foto divenne di pubblico dominio e fu riprodotta innumerevoli volte sulle copertine di riviste e di libri. Steinbeck che tanto scrisse sulla Grande depressione la usò per il suo romanzo La battaglia.

La passione per la fotografia le procurò molti conflitti familiari, sia con il marito che con i figli. Nel 1935 divorziò da Dixon per sposare Paul Shuster Taylor, autore di studi sui migranti agricoli; Dorothea collaborò con il lavoro di Taylor fotografando le condizioni dei contadini che si spostavano dalle terre desertificate verso la costa.

Quando gli Stati uniti entrarono in guerra, su richiesta delle autorità, fotografò i campi di internamento riservati ai cittadini americani di origine giapponese. Fu un incarico che svolse a modo suo, sottolineando le ingiustizie subite da quei 120mila giapponesi, molti dei quali nati in America. Queste foto restarono censurate fino al 2006 perché non conformi alla narrazione ufficiale.

Ecco cosa vedevano gli occhi di Dorothea nel  campo di internamento di Manzanar:

“Gli internati facevano del loro meglio per trasformare quelle miserabili  scatole di legno in casa… Benché nelle baracche non regnasse lo stesso sudiciume di Tanforan (un campo di detenzione temporaneo), erano comunque fatiscenti, pericolose e traballanti, sferzate com’erano dai forti venti: Dalle crepe nei muri e sul pavimento entravano polvere e spifferi. … All’inizio tra vicini stressati dalla troppa prossimità scoppiarono frequenti scontri, ma poi molti internati, soprattutto uomini, si adeguarono a uno stato di indifferente rassegnazione.

Mi concentrai sui volti delle persone. La loro capacità di adattamento e il loro stoicismo mi spezzavano il cuore. Alla fine di ogni giornata, a furia di discutere con Beasley (il direttore del campo) e irritata dalla costante vigilanza dei censori che mi seguivano per tutto il perimetro, uscivo dal campo esaurita, ma soprattutto mi pesava la soverchiante sensazione di futilità che aleggiava intorno a noi. Per quante foto scattassi, il campo e i suoi abitanti restavano lì intrappolati, invisibili e dimenticati dal resto d’America.”

Fino alla sua morte nel 1965 – era malata di cancro – continuò a fotografare la gente spinta dal suo interesse per la vita delle persone.

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Tina Modotti. Personaggio interessante, fotografa appassionata e libera, sempre pronta a schierarsi dalla parte dei deboli e degli oppressi. Le sue foto sono dense di significato e riescono a parlare a tutti (che è ciò che voleva lei); della foto Piedi nei sandali così commenta Costantini, autore del Dossier “Modotti”: “E’ un esempio di come Modotti sappia utilizzare la sintesi, concentrandosi su un taglio che escluda i tratti personali ed esalti il dettaglio, non troppo particolare: la foto appartiene senza tempo a tutti gli spettatori che la vedono, assume carattere di critica sociale comprensibile a tutti.”

La grandezza di Tina Modotti sta proprio in questa sua capacità di comunicare messaggi universali sempre attuali.

La sua vita è un romanzo d’avventura, che non possiamo seguire per ragioni di tempo; quindi solo pochi dati biografici:

  • 1896 Assunta Adelaide Luigia detta Tina nasce a Udine.
  • Suo padre, Giuseppe Modotti, è un operaio di idee socialiste, la famiglia è povera, i figli sono tanti.
  • Nel 1905 il padre emigra in America, dove più tardi sarà raggiunto dalla figlia maggiore Mercedes.
  • Per aiutare la famiglia Tina deve lasciare la scuola con solo la terza elementare , inizia a lavorare nell’industria della seta. Intanto frequenta a Udine lo studio fotografico dello zio Pietro Modotti.
  • Nel 1913 Tina si imbarca a Genova per raggiungere a San Francisco il padre e la sorella. Trova subito lavoro come sarta e modista.
  • Nel 1917 si sposa con il pittore e poeta Roubaix de l’Abrie Richey, detto Robo. Recita con successo nei teatri della Little Italy. Stabilitasi A Los Angeles, conosce Edward Weston, fotografo, che sarà suo maestro e con cui avrà una relazione. Recita in tre film a Hollywood.
  • Nel 1922 Robo, che era andato a Città del Messico per una sua mostra, muore di vaiolo.
  • Nel 1923 e negli anni seguenti è con Weston a Città del Messico, comincia la sua carriera di fotografa con mostre e successi, frequenta artisti e intellettuali, diviene amica di Frida Kahlo, viaggia. A San Francisco è ospite di Dorothea Lange.
  • Dopo Weston, stringe una relazione con Xavier Guerrero, poi con Mella, attivista comunista cubano, che sarà ucciso mentre era al suo fianco.
  • Espulsa dal Messico accusata di complotto contro il presidente è incarcerata e poi espulsa. Comincerà la sua peregrinazione: Rotterdam, Berlino, Mosca, Parigi, Spagna, con incarichi politici. Al suo fianco Vittorio Vidali che è spesso in missione per il governo stalinista.
  • Riesce a tornare a Città del Messico, dove, nel 1942 muore in un taxi in circostanze non chiarite.

Questi i dati, che poco ci dicono di quello che era davvero.

Sarebbe un errore ritenerla una povera emigrante senza cultura. Nonostante la sua terza elementare, Tina Modotti raggiunge un elevato livello culturale grazie alla sua curiosità e alla frequentazione di ambienti all’avanguardia. Attrice, modella di fotografi famosi, fotografa apprezzata, conosce il tedesco, il francese e lo spagnolo, a Mosca traduce in russo, di lei abbiamo anche una enigmatica poesia, scritta in inglese che padroneggiava senza difficoltà e pubblicata su una rivista d’avanguardia. 

Una dimensione, la sua , internazionale.

Ma era anche molto melanconica e desiderosa di trovare un luogo che le appartenesse veramente, in cui sentirsi a casa e sicura. La sua patria d’elezione fu il Messico, di cui seppe documentare la bellezza, ma anche i contrasti e le miserie.

Così si legge nel romanzo di Pino Cacucci, Tina. Parla del suo lavoro dopo la separazione da Weston:

“La sua Graflex diventa un occhio spietato sulla miseria, sulla sofferenza, cattura la desolazione, ma esalta anche la rabbia, la protesta organizzata. […] La miseria è un crimine, e le fotografie di Tina lo urlano, lo affermano senza pietismo e falsa compassione.”

E sempre in una zona del Messico si rifugia dopo una delle tante tragiche perdite della sua vita, quella del suo amatissimo Antonio Mella.

Dal già citato “Modotti” di Riccardo Costantini:

“Nell’estate dello stesso anno, forse per riacquistare tranquillità lontana dalla capitale, viaggia nel Messico meridionale, nel territorio dell’istmo. Si immerge nella storica cultura matriarcale delle donne tehuane, che hanno ruoli sociali e amministrativi importanti nella loro comunità, dove godono di autonomia e libertà di relazione sentimentale: negli scatti di Modotti appaiono fiere, nobili e sfuggenti nella loro affermativa esistenza. […] La ricollocazione di Tina Modotti fatta oggi, finalmente, con uno sguardo completo sulla sua opera e riconoscendo la qualità e la specificità fotografica della sua arte è essa stessa un’istanza femminista.”

Quando , nel 1939, riesce a tornare in Messico, è una donna ferita, delusa in quegli ideali per cui aveva tanto combattuto, spazzati via dalla realpolitik stalinista. Alcuni sospettano di quel suo malore improvviso che l’ha colta quella sera del 1942, da sola, mentre rientrava a casa in taxi dopo un incontro con gli amici.

La veglia funebre fu partecipata e commossa. A lei dedicarono poesie Rafael Alberti e Pablo Neruda. Le parole di Neruda furono incise sulla sua tomba al Panteon de Los Dolores di Città del Messico.

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Gerda Taro fu la prima donna fotoreporter a documentare gli avvenimenti di un conflitto rimanendo, e morendo, in prima linea. Fu soprattutto libera ed indipendente in un’epoca in cui le convenzioni sociali negavano alle donne ruoli di primo piano. Tanto è vero che per lungo tempo la sua figura rimase oscurata dalla fama del suo compagno, Robert Capa.

Nasce nel 1910 a Stoccarda in Germania da una famiglia ebrea dell’alta borghesia. Qui e a Losanna compie i suoi primi studi. Nel 1929 la famiglia si trasferisce a Lipsia. Sono gli anni della Repubblica di Weimar, anni in cui la gioventù tedesca respira aria di libertà e Gerda (il suo nome vero è Gerta Pohorylle) cresce in questa atmosfera densa di dibattiti e  di idee. È una ragazza vivace ed emancipata, ama divertirsi con i suoi coetanei, le piace vestirsi bene, ballare, giocare a tennis. I suoi la mandano per un anno a Ginevra (forse per scongiurare una sua unione con un giovane di nome Pieter Bote, figlio di industriali) dove aggiunge alla sua conoscenza dell’inglese anche quella del francese. Tornata a Lipsia conosce Georg Kuritzkes, uno studente di medicina impegnato nell’opposizione al nazismo nascente e da lui viene influenzata politicamente. Come si legge nel romanzo di Maspero, L’ombra di una fotografa, “ Gerda è “di sinistra”: tutta l’educazione che ha ricevuto dai suoi genitori, sia la sua formazione laica, erede del secolo dei lumi, sia la tradizione del giudaismo messianico, la predispongono a credere in un futuro migliore, in una società più libera ed egualitaria, nella quale si potranno abolire le differenze”

Nel 1933 Hitler prende il potere.  Gerda, questa ragazza seducente, dotata di una grazia leggera e di cui il poeta Rafael Alberti diceva che aveva “il sorriso di una giovinezza immortale” finì in così detta ‘custodia protettiva’ per aver frequentato attivisti politici antinazisti. Dal libro di Maspero emerge il ritratto di una ragazza vivace, aperta verso gli altri, altruista, pronta al sorriso e al divertimento, ma capace anche di gesti audaci in difesa delle proprie idee.

Venne liberata grazie al passaporto polacco e alla fine dell’estate del 1933 è a Parigi con l’amica Ruth Cerf. Grazie alla sua conoscenza delle lingue trova degli impieghi, ma è una vita difficile e precaria per tutti gli esuli. Frequenta i caffè parigini dove la presenza di artisti, scrittori e dissidenti rende l’atmosfera densa di idee e dibattiti letterari e politici.

Che tipo di ragazza era Gerda veramente? Nel romanzo di Helena Janeczek , La ragazza con la Leica, l’amica Ruth, che vede quale fascinazione riesca ad esercitare Gerda su tutti, si chiede come mai lei stessa le perdoni ogni sgarbo:

“Era spiazzante Gerda. Non somigliava a nessuna delle ragazze che Ruth aveva conosciuto a Lipsia: né a quelle come lei, che quando si innamoravano smettevano di notare gli altri uomini, né alle ragazze il cui unico scopo era di far girare la testa all’universo maschile. Non c’era dubbio che Gerda fosse conscia di suscitare quell’effetto, ci sguazzava come un pesciolino ornamentale nell’acquario, ma in un modo insolito. Palese, senza malizia, quasi candido. Le piaceva essere attraente e corteggiata… ma non ne faceva tante storie[…]

La bambolina arrivata da Stoccarda non era solo più divertente di qualsiasi oca infiocchettata, come certe compagne di liceo interessate giusto alla moda e ai personaggi celebri […] Era qualcosa di diverso.”

Nel 1934 conosce un fotografo ungherese, André Friedmann, in fuga dalla dittatura di Horthy, reggente d’Ungheria dal 1920 al 1944. Da André impara a fotografare e cominciano a lavorare insieme. Lui ha già raggiunto una certa fama per aver fotografato Trotskij che parlava agli studenti universitari di Copenaghen, ma è uno dei tanti free lance che circolano nelle redazioni dei giornali parigine e trovare impieghi è difficile.

Fu proprio Gerda che ebbe l’idea: fingere, loro due, di essere gli assistenti del noto (ma inesistente) fotografo americano Robert Capa. Funzionò. Questo nome cominciò a comparire sui maggiori settimanali francesi.

Nel 1936 la rivista Vu  affidò loro l’incarico di documentare la guerra civile spagnola.

Divennero una coppia, una coppia affascinante come scrive Maspero: “André e Gerda sono giovani e belli, l’incarnazione stessa dell’indipendenza, amanti del rischio – incluso quello di mettere in gioco la propria vita, come in effetti dimostrarono – e sono seducenti per tutti coloro che li conoscono”.

Visitarono, insieme o separatamente, vari fronti di guerra fotografando soldati e civili che combattevano contro Franco per salvare la Repubblica.

Nelle foto di Gerda vi è un’attenzione particolare alla vita quotidiana di quella gente, soldati o civili, che stanno affrontando le terribili esperienze della guerra. Non ha paura di ritrarre le vittime dei combattimenti: la sua è una testimonianza della mancanza di umanità del nemico. Il suo coraggio non è solo nell’affrontare i pericoli del fronte, ma anche nel non chiudere gli occhi di fronte allo strazio degli esseri umani.

Viaggiavano tra la Spagna e Parigi; il primo maggio del 37 infatti sono a Parigi e Capa scatta una foto a Gerda che sorride felice. Qualche mese dopo Gerda è di nuovo al fronte, da sola, perché Capa si prepara a partire per la Cina. Forse anche Gerda andrà con lui, appena finito il suo reportage, ma il 25 luglio, un giorno prima di tornare a Parigi, durante una ritirata muore travolta da un carro armato sul fronte di Brunete.

La disperazione di Robert Capa fu devastante, non si riprenderà più.

Ci piace pensare che queste tre donne avrebbero cantato in coro assieme a Violeta Parra: Gracias a la vida

Fatima Bechini Privacy Policy Cookie Policy