
Che cosa succede al nostro pianeta? In questo nostro incontro di letture, canzoni e musica parleremo ancora di Venezia e del suo destino, minacciato dal cambiamento climatico, ma non solo. La situazione di Venezia infatti si può considerare lo specchio del futuro di questo povero pianeta chiamato Terra.
Che Venezia sia nata dalla fuga degli abitanti della costa inseguiti dai barbari è un mito creato dalla Serenissima: come si legge sul sito https://www.archaeoreporter.com “La ricerca della “prima Venezia”, il “racconto delle origini” della Serenissima, è un esercizio a cui si sono cimentati gli storici fin dalle cronache più antiche. La fantasia, la continua ripetizione di fonti spesso non di prima mano, i miti fondativi creati dagli stessi veneziani anche in epoca piuttosto tarda ne hanno fatto una sorta di Sacro Graal, dove su una base instabile si sono costruite storie trite e ben poco affidabili, che però piacciono tanto – tuttora – alle istituzioni tutte le volte che queste vogliono raccontare la nascita di Venezia.”
In realtà la ricerca archeologica e il lavoro su basi scientifiche degli storici ci raccontano che in quella che noi chiamiamo laguna di Venezia si erano formati insediamenti fin dai secoli più antichi. Insediamenti vincenti come Rivoalto che diventerà Venezia, e insediamenti perdenti, che per varie ragioni si sono disgregati nel corso della storia.
Solo per citarne alcuni: Altino, Torcello, Metamauco…
Sempre sul sito “archaeoreporter” leggiamo che “… Venezia non è nata dagli spaventati abitanti in fuga dalla furia barbara contro Aquileia e altre città di terraferma, ma è il risultato di un processo di aggregazione, di cambiamenti del paesaggio e lavori degli esseri umani (paesaggio antropizzato lo chiamiamo oggi) lento ma inesorabile come i continui movimenti dell’acqua della sua laguna.”
È lecito supporre che tra queste molte isole, alcune con fiorenti insediamenti, si svolgessero traffici, commerci, e probabilmente anche viaggi senza scopo, solo per la gioia di scivolare silenziosi sui canali larghi e stretti, profondi e no, della laguna. Insomma piacevoli “peregrinazioni”, un lieto girovagare che permane ancora oggi, come sa chi conosce Venezia e la sua barena; peregrinazioni appunto si intitola una canzone popolare del XVII sec.: Peregrinazione lagunaria
In questa canzoneil barcaiolo nomina i luoghi del suo peregrinare: Murano Marghera Fusina; la Giudecca, la Pescheria, Castello, le Vignole, Burano.
Alessandro Boato e Giancarlo Miani interpretano “E mi me ne son dao”.
Girovagare è il verbo che si addice a questo ambiente, girovagare attraverso canali e rii, e dentro Venezia anche attraverso ponti, calli e campielli, in percorsi labirintici perdendo l’orientamento, e forse anche la consapevolezza di sé. Brodskij, a cui dobbiamo la descrizione, anzi l’evocazione, più suggestiva di Venezia, nel suo “Fondamenta degli incurabili” scrive: “Così, mentre ti aggiri per questi labirinti, non sai mai se insegui uno scopo o fuggi da te stesso, se sei il cacciatore o la sua preda.”
Perché nei labirinti ci si perde.
Da Brodskij, turista d’eccezione, queste parole:
“Qualunque meta tu possa prefiggerti nell’uscire di casa, sei destinato a perderti in questo groviglio di calli e callette che ti invitano a percorrerle fino in fondo, ti lusingano e ti incantano, perché in fondo c’è sempre l’acqua di un canale”.
Se mettiamo assieme peregrinazioni e turismo, acqua e futuro di Venezia, incontriamo un romanzo fantascientifico, di quelli che ci raccontano la probabile realtà futura. È di un autore che tanto ha scritto del Veneto, il padovano Paolo Malaguti. Nel suo “L’ultimo carnevale” racconta di un Martedì Grasso del 2080: <<C’è nebbia, sulla laguna deserta, i turisti non sono ancora arrivati. Affluiranno appena farà giorno, pagando il biglietto e passando dai tornelli: già, perché da quando Venezia è stata dichiarata non più agibile, evacuata e trasformata in Venice Park – la più pittoresca delle attrazioni italiane – non esistono più residenti. Solo il circo quotidiano dei visitatori e degli accompagnatori, oltre a un pugno di Resistenti che vorrebbe vederla viva e abitata>>.
Nel libro di Malaguti ci appare una Venezia senza più abitanti. Non è solo fantascienza: la popolazione del centro storico sta effettivamente diminuendo, come possiamo vedere dal grafico. Secondo i dati del comune il 21 agosto 2025 a Venezia vivevano 47.995 persone.
Ritorniamo nel futuro. Tra i personaggi che danno vita a questa storia ci sono Carlo, una giovane guida, e Giobbe, un vecchio che ha perso tutto, moglie casa memoria. Dal loro dialogo si capisce che alcuni anziani hanno preferito morire chiusi nelle loro case, piuttosto che lasciare Venezia.
Venezia si spopola, ma i vecchi non vogliono lasciare la loro Venezia… Anche D’Amico ne ha cantato:
‘E i veci no parte, i speta a morir i mor venessiani, i mor col so vin e vece va a messa, col sciàl e ‘l cocòn le mor confesàe, disendo orasiòn.’
Alessandro Boato e Giancarlo Miani interpretano “Cavarte dal fredo”
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‘Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare
La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia, la vende ai turisti’
Così inizia la canzone che Guccini dedica a Venezia e qui interpretata dai nostri musicisti: si racconta di una giovane donna, Stefania, che muore dando alla luce un figlio. Di lei rimane un giornale e una rosa, e questo suo bambino, che probabilmente nella vita venderà la sua Venezia ai turisti.
È una metafora struggente: Stefania che affonda, Stefania che muore, Venezia che affonda, Venezia che muore e diventa merce per il turismo. E stiamo parlando del 1981, non del 2080!
La decadenza e la non lontana fine di Venezia, almeno quella che conosciamo, è il parametro di ciò che sta accadendo nel mondo intero.
Che cosa succede al nostro pianeta? Così si legge sulla prima pagina di un opuscolo uscito come supplemento ad un quotidiano. Nell’editoriale si spiega che l’intento è di dare risposte ai tanti perché del nostro tempo, proponendo fatti, dati ed evidenze in modo scientifico e non ideologico. Chiarendo anche che la situazione non è irreversibile e che è ancora possibile trovare “strategie di mitigazione e di adattamento al riscaldamento globale”.
In questa sede non è possibile esaminare tutti gli aspetti del problema, anche perché oggi vogliamo raccontare storie e non trattati scientifici, ma qualche spunto può essere utile per introdurre il prossimo romanzo.
- La terra trattiene calore come i vetri di una casa riscaldata e questo è dovuto soprattutto alle emissioni prodotte dall’umanità.
- Il fenomeno della scarsità d’acqua è aumentato negli ultimi 20 anni e la siccità è aumentata di tre volte. Per questo diventa strategico preservare i ghiacciai che ancora custodiscono il 70% dell’acqua dolce del nostro pianeta.
- Ma l’acqua può anche trasformarsi da risorsa a minaccia globale con alluvioni, inondazioni e fiumi che straripano. La cementificazione aggrava questi fenomeni. Il costo di tali disastri negli ultimi vent’anni è stato di 1500 miliardi.
- L’aumento delle temperature sta compromettendo gli equilibri della natura, mettendo in pericolo animali e piante e, insieme, la vita umana.
- Milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra dopo alluvioni e siccità. Perdono tutto e restano senza diritti.
L’Italia rientra in questo quadro: ghiacciai che spariscono, città invivibili per il caldo, incendi boschivi, diffusione di specie invasive e rischio di estinzione per altre.
Ho voluto ricordare questi temi, perché rappresentano lo scenario del libro che sto per presentare: “Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia. È un romanzo angosciante. Altro che fantascienza! L’autore ci propone il ritratto di un mondo futuro che è già alle nostre porte. Molti fenomeni, come le migrazioni, lo sfaldamento sociale, il caos inevitabile derivante dalla devastazione prodotta dal cambiamento climatico, il dissolversi della democrazia, sono già in atto. Purtroppo il pessimismo dell’autore non lascia scampo e ci mette di fronte alle nostre responsabilità.
Questa la trama del libro:
Siamo nel 2078 (gli stessi anni in cui si svolge L’ultimo carnevale di cui abbiamo appena parlato). L’Europa è devastata dai cambiamenti climatici e una moltitudine di migranti si sposta verso i paesi scandinavi dove esistono ancora possibilità di vita. Alcuni migranti con più possibilità economiche hanno pagato somme altissime affidandosi ad una compagnia che si occupa di questi trasferimenti. Tra loro c’è il protagonista della nostra storia, Livio, un anziano professore di neuroscienze, che sempre più si rende conto che la loro sorte non è molto diversa dalle tante migliaia di persone lasciate a morire per strada perché senza mezzi, gente che non ha più nulla, nemmeno la dignità di essere umano.
Non sono passati molti giorni dalle ultime catastrofi dovute al clima impazzito nel Veneto, in Italia, nel mondo. E non c’è da stare allegri.
Eppure qualche soluzione ci sarebbe: mettere in atto mitigazione e adattamento. Arginare gli effetti catastrofici. Purtroppo se per la maggior parte di noi questi cambiamenti sono esiziali, per alcuni diventano opportunità di guadagno: basta pensare all’esempio dell’Artico, dove lo scioglimento dei ghiacci apre favolose possibilità in campo militare, economico e tecnologico per il Nord America.
Le soluzioni dunque ci sarebbero, quel che manca è la collaborazione dei governi per mettere in primo piano il bene comune.
Come chiudere questa conferenza? Con un po’ di speranza, affidandoci a chi ha sempre scritto per i bambini sperando che gli adulti capiscano qualcosa.
La Speranza di Gianni Rodari
Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.
“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.
E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.
E per non abbatterci bisogna anche
“pensare che domani sarà sempre meglio”, come canta Vasco Rossi in “Vivere”.